Seguimi
Video
khantry design
Accesso Utenti



Donne in TV

Caro Michele Serra, la tua intelligente e spietata analisi sulle ragazze della tivù dal titolo: “Flavia, felice di mettersi in vetrina” (La Repubblica 19 marzo) è piena di verità, a mio avviso non da accettare ma da analizzare con il fine di modificare. Una verità molto importante per esempio, ma appena accennata, è tutta racchiusa in una stretta parentesi a metà della frase che qui riporto: “Se è ancora lo sguardo maschile (e lo è) il burattinaio che le muove, è pienamente femminile la decisione di sottoporre docilmente polsi e caviglie ai fili d’oro che penzolano in ogni studio tv”

Da ‘vecchia ragazza della tivù’ mi sembra un errore sorvolare sul significato racchiuso in quella parentesi (e lo è), fondamentale per giudicare il fenomeno delle ‘veline nelle vetrine’ che definisci raggianti per la “gioiosa consapevolezza della strada intrapresa”. Come dare per scontato che se quella è la minestra (e non ce n’è per tutti) questa è la finestra. Ma se sei fornita, oltre che di ‘fisico invidiabile’ anche di quello ‘sguardo sveglissimo sul mondo’ ormai diffuso, quasi esibito dalle belle ragazze più determinate, te la mangi tutta la minestra, e dici pure che è buona! Il dramma è che ti sei veramente convinta che quella ‘sbobba’ sia buona, e ti scanni per non perdere la tua ciotola, pronta a scodinzolare e star ritta sulle zampine. Ritta e zitta. O anche accucciata e zitta, ma sempre ‘gioiosamente consapevole’, spugna sorridente di ogni battuta del conduttore di turno. Ha capito, la ‘sveglissima’, che l’importante non è fare o sapere, essere o avere, l’importante è esserci! A forza di dare cittadinanza con le fanfare a qualsiasi viatico per raggiungere il successo, non vorrei che le giovani ‘ragazze della tivù’ perdessero il senso della cultura dei loro diritti, che sono tanti, e dei loro doveri, che sono altrettanti. Per esempio, si può correre il rischio di dimenticare anche il semplice diritto alla dignità di questo mestiere, se non si ha più lo spazio per esercitarla. E si può perdere anche il concetto del dovere e della fatica di lavorare in questo circo, confondendolo con l’ambizione a farne semplicemente parte.

E’ certo che le bambine  infibulate, le minorenni schiave e le mogli picchiate hanno ben altro diritto alla nostra solidarietà e tutela, ma accettare come inevitabile e archiviare con un ‘contente loro’ l’uso dell’immagine femminile in televisione, può nuocere a tutte, anche a chi la guarda. Ma hai ragione quando affermi che  “…l’uso del sé, specie per le donne più giovani, non è più un atto di ribellione, ma una possibilità quotidiana”. Certo, viva una possibilità in più, viva l’uso del sé! Basta che non  (ri)diventi, quasi senza accorgersene, ‘l’uso del sì’…

 

Un Artista emergente

nel panorama dell'arte moderna