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Per un’Europa in P.A.C.S.

Si sentono toni apocalittici e anatemi al suono di quelle quattro lettere: p-a-c-s- che forse è utile ricordare rappresentano tre parole buone e giuste: Patto, Civile e Solidarietà. Oltre Tevere alzano  barricate, è il loro lavoro, ma la società civile perché dovrebbe impedire di regolare una solidale unione fra cittadini, che può anche non chiamarsi famiglia, ma che ai suoi valori si riferisce comunque?

Forse un errore di comunicazione. Se si dice ‘pacs’ non si dice ‘gay’, se si dice ‘coppia di fatto’ non si dice matrimonio. Il matrimonio come sacramento è unico e definitivo, mentre un contratto è un contratto, ha le sue regole, adopera altre parole. Per esempio ‘Pacs’.

Se poi fra i cittadini alcuni, per orientamento sessuale, firmano un accordo per regolarizzare un’unione con individui dello stesso sesso, nessuno può su questo dato inibire un contratto, fra l’altro impostato con doveri e diritti comuni, ispirati all’inalienabile principio di libertà ed eguaglianza. A difenderlo c’è una semplice regola sancita nella nostra Costituzione: l'articolo 2 che riguarda il riconoscimento dei diritti fondamentali in tutte le formazioni sociali, e l'articolo 3, che sancisce il principio di eguaglianza e soprattutto di non discriminazione. Non mi pare di aver sentito qualcuno far riferimento alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, eppure non credo che essere in Europa significhi solo avere nel portafoglio la stessa moneta. Anche se abbiamo e continueremo ad avere la nostra Costituzione nazionale, è prevedibile un’evoluzione politica che dia a tutti i cittadini del nostro Continente le stesse regole nello stesso comune territorio. E’ dal 2003 che il Parlamento Europeo “raccomanda agli Stati membri di riconoscere, in generale, i rapporti non coniugali fra persone sia di sesso diverso che dello stesso sesso, conferendo gli stessi diritti riconosciuti ai rapporti coniugali, oltretutto adottando le disposizioni necessarie per consentire alle coppie di esercitare il diritto alla libera circolazione nell'Unione".

Libera circolazione dei familiari, conviventi compresi? Apriti cielo!

Il mondo cattolico, così cattolico da dimenticarsi di essere cristiano, insorge. In nome di regole trattate come dogmi, cancella la realtà sociale per disegnare col pennello di Bosch un irreale affresco in cui orde di unni variopinti dall’incerta identità sessuale varcano liberamente i nostri confini.

Perché invece non pensare che quei ‘conviventi compresi’ sono cittadini a pieno diritto come noi, e che rappresentano fra l’altro una percentuale altissima del nostro tessuto sociale? E’ del mese scorso la notizia che, sulla base dell’ultimo censimento, un’analisi completata dal New York Times rileva che negli Stati Uniti è avvenuto lo storico sorpasso: i conviventi hanno superato le coppie sposate. Ma, restando nel nostro continente, ribadisco che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sottolinea un principio di libertà ed eguaglianza che non può trovare alibi a una sua non applicazione. Allora, perché al semplice suono di quelle quattro lettere, ‘pacs’, i ‘benpensanti’ del 2006 pensano ancora e subito ‘male’? Nel 1948 esisteva la patria potestà, lo ius corrigendi del marito sulla moglie, l'indissolubilità del matrimonio, il reato di adulterio e quant'altro. Successivamente sono intervenute molte innovazioni legislative, e sempre passando per il filtro costituzionale nazionale. Ora c’è anche l’Europa a ricordarci che i conviventi non sono più ‘concubini’, ma cittadini liberi ed eguali nell’osservare doveri e nel reclamare diritti.

 

Un Artista emergente

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