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Lo Stupore

Perché possiamo vedere immagini terribili, ascoltare storie tristissime, leggere sui giornali titoli che fanno rabbrividire, e pochi secondi dopo farci una risata cambiando canale o distrarsi subito girando la pagina del giornale? Soprattutto, come facciamo a dimenticare, o meglio accantonare una dopo l’altra, tutte le tragedie che i mezzi d’informazione giorno dopo giorno ci portano in casa in tempo reale? La risposta è fin troppo ovvia: ci siamo abituati, ci si abitua a tutto. Credo ci sia di mezzo l’istinto di sopravvivenza, una difesa automatica per  arginare la sofferenza quando è troppa.  Lo sappiamo tutti, e ognuno sa a cosa si può riferire. E’ un meccanismo talmente metabolizzato che potremmo sostituire il detto ‘chiodo schiaccia chiodo’ con ‘dolore scaccia dolore’. D’altra parte non si può partecipare con la stessa profonda intensità e nella stessa settimana alla tragedia di una ragazza uccisa dal solito ex che non si arrende, di un paese che sprofonda nel fango, di bambini picchiati, abusati, uccisi a volte dalle stesse madri, e magari mentre siamo ancora storditi da un simile abominio, arriva la notizia di una figlia che ha sterminato la sua famiglia. Dobbiamo dimenticare continuamente il dolore per fare posto ad altro dolore, e stiamo perdendo lo stupore, bombardati da immagini e notizie talmente esagerate che sembrano inventate. Anche qui, l’abitudine sta facendo scomparire la nostra capacità di meravigliarci, vediamo e ascoltiamo cose così estreme che ogni volta ci diciamo “Più di così… non si può andare oltre!” Ma siamo puntualmente smentiti. Eppure, neppure un mese fa, ho visto e sentito cose così estreme che sono riuscite a stupirmi e provocarmi un dolore tale che mi sono ritrovata con le lacrime negli occhi e i pugni stretti. Ho visto atteggiamenti  e sentito frasi che mi hanno evocato la tristissima scena del nazista che solleva con un frustino il mento a una vecchia ebrea scesa dal treno blindato. Lo stesso potenziale orrore scaturiva dal comportamento sprezzante di chi proclamava che nel comune era vietato agli extracomunitari di parlare nella loro lingua persino fra connazionali. Una signora col capo velato chiedeva con grande civiltà un incontro culturale, e non solo nessuno le rispondeva, ne evitavano anche lo sguardo come fosse contagioso, e un giovane uomo che parlava un italiano migliore di tutti i rappresentanti delle istituzioni locali, inutilmente ripeteva che era cittadino italiano, che da 23 anni abitava lì, il suo titolo di studio, il posto di lavoro… niente, nessuno lo ascoltava, anzi, veniva spintonato e minacciato appena si avvicinava, così come il giornalista della Rai che voleva sapere le ragioni del provvedimento. Non riuscivo a crederci, nonostante quello che la cronaca di questi tempi ci racconta, era troppa la violenza e il disprezzo. E così ho ritrovato lo stupore e il dolore, i pugni stretti e le lacrime negli occhi  mentre ascoltavo dei ragazzi in un bar di una cittadina (dove ho anche dei parenti..) che chiudevano così il servizio: “Qui non vogliamo né ebrei né africani!”.

Woody Allen e Barak Obama sono avvertiti.

 

Un Artista emergente

nel panorama dell'arte moderna