Seguimi
Video
khantry design
Accesso Utenti



Lettera aperta ad Umberto Eco

Caro professor Umberto Eco (mi rivolgo a lei perché Dante Alighieri è morto..) qui ci vuole qualcuno che si accolli la responsabilità di tracciare i confini della nostra lingua! Nessun impulso sciovinista, lascio ai francesi il loro ‘ordinateur’ pur di non dire computer, ma un senso di preoccupata tristezza sì, nel registrare il progressivo depauperamento della prima e fondamentale forma di comunicazione: la parola. Certo i cattivi esempi non mancano… dal piccolo schermo, un tempo meritoria presenza unificante del linguaggio nel nostro lungo e diviso Paese, oggi si riversano nei tinelli e nei talami d’Italia milioni di ‘attimini’ e ‘domandoni’, congiuntivi funambolici o appiattimenti sull’indicativo, per non parlare dell’invasione di aggettivi iperreali.

Tutto è mitico, divino, pazzesco… Proviamo a immaginare: “Siamo già al domandone finale? Pazzesco! Un attimino d’attenzione, la domanda sarà su (già, chissà cosa vuol dire vertere…) le mitiche mele del Trentino! (buonissime certo, ma…) Penso che tutti le conoscete, no? Sono divine!” A scuola sarebbe stato tutto un errore blu, e non credo sia sterile purismo il mio, ma constatazione di una sempre maggiore povertà nell’esprimersi, con innesti di finte ricchezze esterofile in un paese che fra l’altro non parla le lingue. E’ assolutamente vero che una lingua deve essere dinamica, in continua evoluzione se non si vuole che diventi ‘cosa morta’, ma mai come oggi neologismi e mode alterano e inquinano, e il nostro meraviglioso linguaggio diventa meccanico, piuttosto che dinamico. Gli snodi poi sono affidati a un abuso di ‘come dire’ e ‘in qualche modo’, espressioni che, senza volere, denunciano l’infermità del nostro modo di esprimerci, mettono a nudo il nostro eloquio traballante.

Insomma, caro prof Umberto Eco, non si sa più ‘come dire’ e ancor più non si sa ‘come scrivere’.. a parte ragazzini che chiamano Nino Bixio Nino Biperio, ci sono laureandi che non sono in grado di scrivere correttamente le loro tesi di laurea, in cui si possono trovare espressioni come ‘dare uno stop a una tendenza’…

Lo dia lei, professor Eco, questo stop, trovi lei il modo di arginare la frana del prezioso patrimonio di parole che stanno scivolando nel Lete, e che invece così bene possono descrivere quello che sentiamo, quello che vediamo, quello che veramente vogliamo dire.

La realtà che ci circonda è variopinta, complessa, intarsiata, non la possiamo godere appieno con una manciata di termini senza sfumature.

Scrivo alla sua attenzione, prof Eco, questa “lettera parlata”, non perché lei è tanto colto e importante, ma perché se è stato in grado di fare il miracolo della moltiplicazione dei libri, forse può moltiplicare anche le parole, no? Lei che è riuscito a conciliare la preziosa architettura del suo linguaggio con i milioni di lettori delle sue opere… ‘Il nome della rosa’ e ‘Il pendolo di Foucalt’ sono libri bellissimi ma difficili, eppure hanno toccato l’anima di una moltitudine di persone di ogni età, ceto, nazione… Metta allora al servizio del nostro popolo di santi e navigatori - non più poeti ahimé - il suo segreto, e da ‘maestro di significati’ qual è, ci aiuti ad andare avanti nella comunicazione, per non tornare indietro, attraverso tanti ‘ok’, fino a un ultimo ‘augh’….

 

 

grazie per l’attenzione.

 

Un Artista emergente

nel panorama dell'arte moderna