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Talento

Dov’è finito il talento in Italia? Certamente non dove pretende di essere.

Non è sugli schermi, non è sugli scranni, non è sulle pagine, non è nelle idee né nel modo di comunicarle. Nel nostro giardino qualche bellissimo fiore c’è sempre, ma non è più un bel giardino. Quando si permette alle piogge acide di irrigare il territorio perché pensiamo di essere al riparo nella nostra torre d’avorio, è già tardi per tornare indietro. Oggi quei bellissimi fiori quasi stonano in mezzo a tutta la gramigna che ha invaso il terreno.

Come si fa a bonificarlo? Ogni giorno che passa è più difficile, perché il tempo porta alla mala erba il suo nutrimento più forte e più subdolo: l’abitudine.

Inesorabilmente, poco a poco, non ci si accorge più che il talento non c’è. Quando si comincia a ridere per la sua mancanza - e se ti diverti perdoni - quando si giustifica per giustificarsi, quando non si giudica perché non si vuole essere giudicati, non è solo ghiaia che sfugge, è l’inizio della valanga.

Se vivi come non pensi, finirai per pensare in linea con la vita che fai, anche se continuando a condannarla credi di esserne indenne.

Ma anche se si critica, non si resta fuori da quello in cui si entra.

La parola più pericolosa di questi ultimi anni è: divertente.

Il cantante non sa cantare? Il politico fa una gaffe dietro l’altra? Uno svarione linguistico diventa di moda? Un’esagerazione giornalistica fa ricordare il giornalista? Un comportamento volgare accende l’attenzione del più vasto pubblico? Attenzione! L’attenzione, non la condanna, non la voglia di rimozione, ma il suo contrario. Perché? Ma perché è divertente, è l’inciampo che sollecita la risata anche ci si rompe una gamba.

Forse è già tutto nella parola: divertente deriva da divertere, che in latino vuol dire distrarre. Evidentemente ci distrae di più la pochezza della grandezza. E ci tranquillizza, mentre l’ammirazione ci affatica, ci annoia, a lungo andare, forse inconsciamente, ci irrita persino. La mediocrità invece ci fa sentire sottilmente superiori e provoca una rassicurante identificazione. Così la base si allarga e l’indotto si mette in moto: se una pernacchia fa il picco d’ascolto, la prossima volta ce ne saranno due, se la gaffe del politico raccoglie titoli, se lo svarione giornalistico diventa moda, sarà tutto un fiorire di battute e svarioni. Non si teme più di essere giudicati, tanto basta invocare l’ironia o un’intenzione provocatoria, e per quel che riguarda gli svarioni, basta chiamarli neologismi e ribadirli quanto più sfrontatamente si può e in più occasioni possibili.

All’onore si è sostituita la visibilità.

Quello che provoca rispetto è il risultato, non il percorso per raggiungerlo, né soprattutto la sua valutazione intrinseca, perché il risultato coincide con se stesso, a prescindere. Al successo non serve essere, ma esserci.

Per quelli che ci arrivano è questo il vero risultato, e sempre più spesso chi ce la fa se lo merita per determinazione e spregiudicatezza, non per il talento.

Ormai quello che entusiasma è l’esagerazione.

Insieme a divertente è questa la parola che inquina, soprattutto l’informazione, a cui antiche utopie delegherebbero rigore e obiettività. O almeno pesi diversi per differenti notizie. Oggi ogni ‘lancio’ ha toni e titoli da dichiarazione di guerra.

Bisognerebbe ricordarsi che quello che connota la comunicazione lascia impronte profonde nei ‘comunicati’.

A forza di mandare giù ogni giorno ‘ostie’ esagerate e divertenti, si diventa adepti di chiese sconsacrate, si dà credito a Dei pagani che più sono ‘divertenti’ ed ‘esagerati’, tanto più imperversano su ogni media.

Anche qui, dov’è il talento? Caso mai c’è il talento di esserci, non di essere.

E che cosa misura il talento? Non certo gli applausi, esagerati, prevedibili, a comando. Quanti applausi finti per finti talenti. Eppure, se in una qualsiasi rappresentazione – nel giornalismo, nella politica, nello spettacolo – non si sentono scrosciare ogni pochi minuti, si sente l’assenza dell’approvazione, anche se non c’è nulla da approvare. Non c’è pericolo che accada. Quasi non servono più cartelli o animatori che invitino ad applaudire, il pubblico ha un orologio interno quasi applaudisse se stesso, e il protagonista di turno ha imparato il tono e la demagogia che gli assicura l’applauso finale. Ci manca soltanto che si dia il via da solo con un primo battito di mani, e già alcuni lo fanno.

Mi vengono in mente certe esibizioni di Mina, mito che non è mai stata presentata come ‘la mitica Mina’, ma solo con un “Signori… Mina” e le bastava essere brava, anzi, cantare ‘Brava’ per liberare un breve convinto applauso prima di passare a un'altra canzone.

Che strano paese è il nostro… con la stessa facilità esalta e dimentica.

enrica bonaccorti – ottobre 2010

 

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